Ivan: ballare per raccontarsi

Ivan: ballare per raccontarsi

«A Londra, quando hanno visto che ero colombiano, mi hanno chiesto se fossi un narcotrafficante. Ho detto che avevo anche il passaporto italiano: allora mi hanno detto “Ah, anche mafioso?”».

Ivan è nato in Colombia: è lì che sua madre è emigrata, dopo la guerra, partendo dall’Italia. Doveva essere una vacanza, poi l’incontro con il padre di Ivan e il trasferimento. Lui, che è ingegnere, ha fatto il cammino inverso e ha lasciando una terra dove non sentiva più di poter vivere.

«Il mio paese ha sofferto moltissimo: c’era una guerra dove morivano tante persone, dove la vita aveva perso valore e potevi essere ammazzato per un paio di scarpe. Per questo sono venuto in Italia, dove era nata mia madre: è stato anche un modo per conoscere le mie radici».

Com’è stato l’arrivo?

«Mia madre aveva ancora un piccolo alloggio a Saint-Vincent: io venivo da una città di 10 milioni di abitanti. Ma abbiamo trovato il valore della vita, della cultura,  e anche molte persone eccezionali. Quando viaggi impari la diversità del mondo, la sua grandezza, la sua ricchezza. Ma porti dietro anche la nostalgia, perché chi parte lascia tutto dietro di sé: lasci una vita, uno spirito, un’anima. È una sofferenza che ho ancora dentro, sempre in cammino».

Che cosa resta più forte in te della tua terra d’origine?

«Sono latino: mi piace ballare. La vita è dura: per questo balliamo, anche per cucinare, per parlare. E voglio trasmettere questa gioia, questa energia anche dove sono ora».

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